
Don Alberione, nostro Fondatore, si è
lasciato ispirare da San Paolo e ci ha sempre esortato a fare
altrettanto: “San Paolo: il santo dell’universalità.
L’ammirazione e la devozione cominciarono specialmente dallo studio
e dalla meditazione della lettera ai Romani. Da allora la
personalità, la santità, il cuore, l’intimità con Gesù, la sua opera
nella dogmatica e nella morale, l’impronta lasciata
nell’organizzazione della Chiesa, il suo zelo per tutti i popoli,
furono soggetti di meditazione” (AD 64). L’universalità
dell’apostolo si riferisce al duplice versante della vita interiore
e dell’apostolato. Il Primo Maestro afferma inoltre che San Paolo
“fu il più compito e fedele interprete del Divin Maestro, comprese e
diede, elaborato da forte sintesi e stretta logica, il Vangelo
intiero e applicato, in modo che l’umanità gentile trovò ciò che
inconsciamente cercava” (DF, p. 63).
In effetti non si può separare lo
spirito apostolico di san Paolo dalla dottrina che egli ha
elaborato; questo vale anche per Don Alberione nel raccontare la sua
esperienza di Dio, in Cristo Gesù, che è strettamente connessa con
la sua attività di apostolo e fondatore. Si tratta di una esperienza
di “mistica apostolica”: come in Paolo, anche in lui non c’è alcuna
distanza tra la percezione mistica di Dio, intesa come intervento
diretto del Signore nella sua vita, e la chiamata all’apostolato. La
fede illuminata è una forma della vita nello Spirito e la sua
funzione è di essere tanto un principio di santificazione quanto
sorgente di dinamismo apostolico.
La vita mistica comprende un senso
particolare di Dio, come percezione di una realtà assoluta e il cui
amore salvifico abbraccia tutta la realtà. Questa esperienza si fa
personale e permette all’Apostolo Paolo di conoscere il mistero
nascosto nel cuore del Padre e ora manifestato in Cristo con potenza
di Spirito Santo. Tale conoscenza è dinamica, nel senso che
l’Apostolo è sospinto alla missione di partecipare agli altri il
dono ricevuto. In realtà la spinta ricevuta da S. Paolo si
accompagna spesso con mozioni particolari che lo portano dove vuole
lo Spirito. Anche in questo ambito Paolo si sente “passivo” e
risponde con l’obbedienza della fede.
Osservando l’esperienza di alcuni
mistici dell’azione, lo studioso gesuita P. Bernard constata che
un’esperienza mistica prolungata prepara un impegno apostolico e che
la conoscenza scaturita dalla preghiera illumina l’azione che è da
intraprendere. Anche l’azione apostolica di san Paolo è infatti
sottomessa alle mozioni dello Spirito Santo. E’ lo stesso Spirito
Santo che orienta il Fondatore a compiere delle scelte secondo il
progetto di Dio, nella notte della fede e nello slancio della
speranza, a seconda delle necessità della Chiesa e del contesto
culturale in cui egli vive; ma sempre a partire dall’impulso
iniziale. Infatti per parlare di “mistica apostolica” è necessario
che l’impegno iniziale comporti un riferimento al Cristo, e un
impulso spirituale ricevuto passivamente. Le forme sono
innumerevoli.
Per quanto si riferisce a Don
Alberione i dettagli conosciuti sono pochi, perché egli non usava
prendere annotazioni e di molte cose non sa cosa dire: preferirebbe
lasciare tutto a Dio che ben conosce ogni cosa. Come, in genere, i
mistici dediti all’apostolato, Don Alberione non trovava il gusto e
il tempo per parlare di se stesso e di considerare nei dettagli la
traiettoria della sua vita spirituale per metterla in relazione con
le intuizioni avute nella preghiera. L’essere in Cristo e il
desiderio di servire la Chiesa era sentito da lui come una garanzia
sufficiente del valore spirituale dell’apostolato.
Dall’Abundantes divitiae
emerge il tipo di rilettura che egli fa della sua vita personale e
apostolica: e dunque talvolta sono possibili delle connessioni
illuminanti tra la sua vita interiore e la sua attività apostolica e
di fondatore. E in questo testo emergono alcuni eventi che ci
aiutano a cogliere la portata della sua esperienza mistica.
Fin dall’infanzia, all’età di 6 o 7
anni, in risposta alla domanda banale della maestra… “si sentì
illuminato” e rispose: mi farò prete. Questo ha avuto un peso
particolare in seguito (AD 9). Come per altri apostoli si mette in
luce subito la necessità di una coerenza indefettibile tra
l’ispirazione interiore e il comportamento, poiché il dinamismo
spirituale è mobilizzante.
Un secondo evento si ha nella notte
tra i due secoli (1900-1901): nella preghiera prolungata egli prende
coscienza della sua missione. L’avvenimento fu preparato dalle
conferenze del Toniolo che mostrava la necessità di una società
irrorata dalle sorgenti del Vangelo, e dall’Enciclica “Tametsi
futura” di Leone XIII nella quale il Papa diceva che il nuovo
secolo era da considerarsi nella luce di Cristo “Via, Verità e
Vita”. In questo contesto va situata l’esperienza mistica del
sedicenne Giacomo Alberione: “Una particolare luce venne
dall’Ostia…” (AD 15). Questa luce apostolica è accompagnata da
un’altra luce sulla sua nullità e dall’assicurazione indefettibile
che gli veniva da Gesù-Ostia. La luce veniva dall’Eucaristia ma, pur
non sospendendo le operazioni mentali, si sviluppava nelle
meditazioni e portava all’idea di un’organizzazione apostolica.
L’impulso che gli era stato dato andò gradualmente maturando dentro
di lui e lo condizionò totalmente: “Da quel giorno…” (AD 21). La
concretizzazione dovrà seguire l’ordine naturale delle cose (AD 22)
e senza dimenticare i condizionamenti naturali dell’apostolo stesso.
Tuttavia questo conferma come l’impulso apostolico sia inseparabile
da una certa percezione del mondo.
La luce spirituale cerca la sua
espressione esterna. Nel caso della luce apostolica e caritativa è
l’azione che ne costituisce l’espressione. L’apostolo e la mistica
caritativa sono sempre rinviate all’analisi delle concrete
realizzazioni, cosa che rende imperfetta e aleatoria la continuità
tra ispirazione e messa in opera. Questo comunque non infirma la
validità dell’impulso mistico iniziale né il valore dell’apostolo
nel suo impegno. Semplicemente ogni impegno apostolico richiede una
verifica incessante. Nel caso di Don Alberione la realizzazione
dello slancio iniziale implica una ramificazione estremamente
complessa, tanto da far apparire aleatoria la continuità dinamica
(AD 59).
L’esperienza vissuta dell’impegno
apostolico e il senso della creatività nascono dall’immersione nella
realtà concreta che si impone al Fondatore come un intervento della
Provvidenza di Dio. Don Alberione mostra una coscienza acuta delle
richieste di Dio nella sua vita e vede nelle persone e negli
avvenimenti degli interventi una guida della Provvidenza di Dio,
orientata all’apostolato (AD 58-59). Questa percezione richiede uno
sguardo interiore. In particolare percepisce che tutte le forme di
ministero che gli sono affidate sono disposizioni di Dio (AD 78); in
questo l’autorità della Chiesa rappresenta una mediazione visibile
(AD 80.82). Don Alberione ha sperimentato l’azione della Provvidenza
come un’esperienza costante (AD 82); è l’atteggiamento tipico
dell’apostolo che sperimenta “fortiter et suaviter” l’azione
di Dio dentro la storia (Sap 8,1; cf DF, p.19; AD 64. 69). Questa
azione di Dio è percepita nella pazienza di attendere l’ora di Dio
(AD 43-44. 106). Questo implica un aspetto di passività: “è
sufficiente vigilare, lasciarsi guidare” (AD 44). Ma questa
“passività” non è pigrizia, anzi comporta suppliche e l’offerta
della vita stessa (AD 161). E lasciarsi guidare dalla Provvidenza
non è possibile senza la fede nel Signore che dispone ogni cosa,
nell’ordine delle natura e della grazia (AD 43). Questo principio è
senza restrizioni e tende allo sviluppo di tutta la personalità:
naturale, soprannaturale e apostolica (AD 146). Questo comporta
l’uso corretto della libertà per il tempo e per l’eternità (AD 150.
148).
Per Don Alberione il sostegno
fondamentale è nella presenza eucaristica in cui trova la
fonte di ogni ispirazione apostolica (AD 29) e la sorgente
dell’unità della FP (AD 34). Vivendo nella duplice obbedienza
(Eucaristia e superiori) si instaura una continuità tra il Cristo e
il suo Corpo mistico. Don Alberione, anche per l’esperienza della
notte tra i due secoli, è particolarmente legato all’adorazione
eucaristica. Il carattere mistico del ricorso alla Presenza
eucaristica sta nel fatto che Egli non era capace di fare una scelta
o un’iniziativa apostolica senza fondarla sull’incontro
interpersonale con il Cristo e sulla luce che ne promana. Questa
illuminazione comporta una trasformazione in Cristo per esserne
prolungamento attraverso l’azione apostolica (Apostolato Stampa,
pp.54-56). Per lui l’Eucaristia è inseparabile dalla Parola di Dio,
specialmente delle Lettere di S. Paolo. Tutto questo è molto
raccomandato dal Fondatore alla Famiglia Paolina; ed è segreto per
la vita apostolica di tutti. |