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Anno Alberioniano 4 aprile 2003 – 4 aprile 2004

VEGLIA DI PREGHIERA
PER FAR MEMORIA DEL BEATO GIACOMO ALBERIONE

Albano Laziale, Cattedrale di S. Pancrazio, 29 novembre 2003

Introduzione
(Figlie di San Paolo)

Ci troviamo riuniti in preghiera questa sera per ringraziare il Signore del grande dono che ci ha fatto nella persona di Don Alberione, proclamato Beato il 27 aprile.
Nel secolo scorso ha dato vita alla Famiglia Paolina che nella nostra Diocesi è presente in tutte le sue dieci espressioni.
Di lui hanno parlato in molti modi; profeta dei tempi nuovi, editore di Dio, apostolo della comunicazione sociale...
Paolo VI lo ha definito addirittura "una meraviglia del nostro secolo". Ma egli, così schivo e riservato, si sente semplicemente uno strumento, un pennello da pochi soldi in mano a un grande Artista.
Era ancora un bambino quando quando ha sentito per la prima volta di essere chiamato da Dio a diventare sacerdote, ed era un adolescente come tanti quando il Signore gli ha rivelato in modo chiaro la missione particolare che intendeva affidargli.

 

Testimonianza di Mons. Giovanni Masella
(Parroco della Cattedrale)

Parlare del Beato Giacomo Alberione è sempre cosa molto gradita per la propria vita spirituale, soprattutto quando si è avuta l’opportunità di conoscerlo in vita.

Uomo piccolo di statura, ma un vero gigante del nostro tempo.

Meravigliosa è stata la sua esperienza in quella notte famosa del 31 dicembre del 1900 nel Duomo di Alba durante l’adorazione prolungata di quattro ore.

È proprio nel silenzio e nella contemplazione che il Signore parla e si manifesta.

Così il nostro Giacomo «si sentì profondamente obbligato a fare qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo».

Il Concilio Vaticano II, al quale ha partecipato il Beato Giacomo, ci ha sottolineato l’importanza della santità: «Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato la santità della vita, di cui egli stesso è l’autore e il perfezionatore: "Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre Celeste" (Mt 5,48)» (LG n. 40).

Così il Beato esprime che «il processo di santificazione è un processo di cristificazione: "finché sia formato Cristo in voi"».

Nella mia vita mi hanno profondamente colpito due sguardi, quello del Beato Giacomo Alberione e quello del Pontefice Paolo VI.

Nel 1968, circa, in una delle sue numerose visite ad Albano, allora Casa discografica, notai in quegli occhi di Don Giacomo la passione, la gioia e l’urgenza della sua laboriosità per diffondere, con tutti i mezzi della comunicazione, la bella notizia che è Cristo.

Nel 1968, e precisamente il due agosto, tre anni prima della sua morte, presso la Comunità parrocchiale di Frattocchie, ebbi l’opportunità, come Diacono, di porgergli l’aspersorio per benedire l’assemblea. Osservai in quello sguardo, sì stanco dalla sofferenza fisica, ma espressivo e profondo, tutta la ricchezza interiore di persona infaticabile, appassionata e protesa, specie attraverso i suoi numerosi viaggi pastorali, a portare ovunque la bella Notizia che salva.

Per descrivere chi era Don Giacomo Alberione, non c’è nulla di più appropriato delle parole del Pontefice Paolo VI, che il 28 giugno del 1969 conferendogli l’alta onorificenza "Pro Ecclesia et Pontifice", ne aveva tracciato un profilo, che si è rivelato memorabile:

«Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera, sempre intento a scrutare i "segni dei tempi", cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con mezzi moderni.
Lasci, caro Don Alberione, che il Papa goda di cotesta lunga, fedele e indefessa fatica e dei frutti da essa prodotti a gloria di Dio ed a bene della Chiesa».

Concludo questa testimonianza con una considerazione concernente la Clinica Regina Apostolorum.

Il Pontefice Paolo VI, come ho sempre saputo e sentito parlare, aveva esortato Don Alberione a realizzare un desiderio, a che la Clinica fosse anche al servizio di tutti quegli operatori infaticabili, che hanno speso la loro vita nell’annuncio del Vangelo e che ora ammalati e avanti negli anni, bisognosi di rinfrancare il loro corpo, offrono le loro sofferenze per il bene della Chiesa e del Vangelo.

Oggi la Clinica "Regina Apostolorum" è lì quale realizzazione di un gesto di generosità e di amore.

 

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